Dal 20 ottobre 2011 è possibile visitare la mostra “Cézanne. Les Ateliers du Midi” allestita presso Palazzo Reale a Milano, città che ospita per la prima volta le opere di questo grandissimo maestro.

La mostra propone un preciso itinerario, che si dipana tra le bellissime tele presenti, raccontando del percorso pittorico dell'artista. La ricostruzione dei suoi luoghi di lavoro, la possibilità di ripercorrere la sua evoluzione artistica e umana, la presenza di alcuni capolavori - come il celebre autoritratto del 1875 - sono tutti buoni motivi per visitare la mostra, aperta fino al 26 febbraio 2012.

Ma c'è una tela in particolare che vale questa visita, anche se fosse l’unica esposta.

Ciò che più commuove e affascina nei dipinti di Cezanne è l'intensità che ne traspare, lo studio accurato e attento dei particolari, la precisione della pennellata, mai casuale o approssimativa: Cezanne riversa nelle tele la sua stessa vita, con le sue fatiche e i suoi dolori. La pittura è infatti per Cezanne lo strumento attraverso cui indagare a fondo il proprio io, entrare in rapporto con tutto ciò che lo circonda, comunicare i propri pensieri e sentimenti … tutto avviene attraverso la pittura: dipingere diventa per Cézanne il mezzo grazie a cui può essere davvero sé stesso, con cui scoprire la verità di sé, così che più che un lavoro la pittura è un vero e proprio stile di vita. L’atto del dipingere rappresenta dunque una sorta di indagine minuziosa; racconta Rilke: «Far bene il proprio mestiere era per lui la chiave, la base di tutto. Dipingere bene significava vivere bene. Dava tutto se stesso, si calava con tutta la sua forza in ogni colpo di pennello. Bisogna averlo visto dipingere, dolorosamente teso, la preghiera nel volto, per immaginare quanto della sua anima egli mettesse nel lavoro. Tremava tutto. Esitava, la fronte congestionata quasi enfiata da invisibili pensieri, il busto raggomitolato, il collo incassato nelle spalle e le mani frementi fino al momento in cui, solide, volitive, tenere, posavano il tocco, sicure, e sempre da destra a sinistra. Allora indietreggiava un po’, e i suoi occhi si posavano di nuovo sugli oggetti».

Indagando così intensamente ciò che lo circonda Cezanne matura la coscienza dell’inesauribilità del reale, del suo non poter essere ridotto alla misura umana, e questa sua consapevolezza si manifesta in modo assolutamente originale nelle sue opere. Le porzioni di tela non dipinta testimoniano tutta l’umiltà dell’artista: come l’uomo non è in grado di possedere tutta la realtà così il pittore non può pensare di ridurla integralmente all’interno di un dipinto, neppure quella piccola parte della realtà che ha deciso di rappresentare. E' una scelta assolutamente rivoluzionaria per un pittore: è la scelta di non dipingere. Ma è l'unica posizione che il maestro può assumere, perché il suo desiderio è quello di “cavare la verità” da ciò che ha di fronte, e proprio indagando il reale Cezanne si rende conto che la realtà non è misurabile o esauribile nei colori e nella tela che ha di fronte.

L’ultima opera alla quale lavora è il Ritratto del giardiniere Vallier: anche la mattina del 16 ottobre del 1906 – dopo il malore che lo aveva colto il giorno prima – Cézanne si alza per lavorare a questa tela, spinto da un vero e proprio bisogno. E anche davanti al giardiniere Vallier questa irriducibilità diventa evidente e la tela si fa bianca e priva di colore. Il risultato è di una modernità sorprendente, la luce e il colore sono ravvivati e vivificati dal silenzio della tela bianca.

Quando, alla fine del percorso proposto nella mostra, ci si imbatte in questo dipinto, il pensiero non può non correre alla fatica del lavoro compiuto per tutta la vita dal maestro, l'occhio non può non commuoversi davanti all'impossibile espressione della tela bianca e il cuore sussulta per quella bellezza misteriosa che il genio di Aix ha visto in tutto ciò che aveva di fronte.

Mentre lavora a questa tela le sue condizioni si aggravano velocemente, tanto che dopo pochi giorni il pittore si spegne, vedendo in qualche modo esaudito il suo ultimo desiderio: «La pittura è maledettamente difficile … Crediamo di possederla, e non ci siamo mai. (…) Non si è mai finito di conoscere il proprio mestiere. Se anche dipingessi cento, mille anni senza fermarmi, mi sembrerebbe di non sapere niente. (…) Non importa … è la vita: voglio morire dipingendo …».